The Ruyi Roma

Un’avventura per scoprire Roma: storie, enigmi e sms

Alla pari del Ruyi Venezia, anche “Roma: The Ruyi” è una straordinaria caccia al tesoro che, attraverso vicoli e piazze, sfide e indizi, fa della città eterna un misterioso e affascinante campo di gioco che consente di scoprire da protagonisti i luoghi più sconosciuti della città, con l’ausilio della tecnologia più semplice e diretta, fruibile da tutti: quella del telefono cellulare.

“Roma: The Ruyi” è il secondo capitolo di una saga che, partita da Venezia, permette di conoscere le leggende e i misteri che da tempi antichissimi impregnano la storia della grande città dei Cesari, dal mito della fondazione di Roma agli spettri di Donna Olimpia e Beatrice Cenci; dalle storie di Virgilio mago e della papessa Giovanna alle vicende di Giordano Bruno, Cagliostro, Raffaello, Michelangelo, Lucrezia Borgia, ognuna raccontata nei luoghi più significativi.

Il meccanismo è lo stesso utilizzato per ogni volume della collana Whaiwhai, ovvero un libro con le pagine tagliate e mescolate che vanno ricomposte sciogliendo degli enigmi disseminati in città, e dunque spostandosi da un luogo all’altro.

Se sul finire del Duecento Marco Polo torna dalla Cina a Venezia con il Ruyi, il leggendario scettro dell’imperatore cinese Qubilay Khan, e scopo del gioco è dunque ritrovarlo assieme alla tomba del viaggiatore veneziano, il capitolo romano parte dal ritrovamento di una lettera inedita di Benvenuto Cellini, con cui il celebre orafo lascia intendere che lo scettro sia giunto nella città dei papi sul finire del Quattrocento, per finire nelle mani di Rodrigo Borgia, e che abbia cambiato forma nel corso del sacco di Roma, per evitare di farlo cadere in mano a Carlo V e ai suoi lanzichenecchi.

Giocando si scopre che sotto l’Arco degli Argentari a San Giorgio al Velabro si trova un tesoro nascosto, e che la famosa Bocca della Verità non funziona più da quando è stata imbrogliata da una donna… il libro – pubblicato da Log607 nel 2008 – si può usare in qualunque momento della giorno e della notte, giocando da soli, in due, o in gruppo. Oppure sfidandosi a squadre. In un movimento di conoscenza e divertimento davvero nuovo e diverso. Nel 2009 il progetto ha vinto il Premio Nazionale per l’innovazione dei Servizi, per la categoria Turismo, direttamente dalle mani del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Lo stesso anno è stato ristampato e distribuito da Marsilio.

Ecco di seguito una pagina ricomposta e privata degli indizi di gioco:

L’innocenza Perduta Di Beatrice
Ponte Sant’Angelo u costruito nel 136 dopo Cristo come ponte Elio, e nessuna piena del Tevere lo ha mai danneggiato. Fin dall'epoca medievale fu la via più frequentata dai pellegrini diretti a San Pietro. L'ultimo abbellimento fu realizzato nel '600 con la sistemazione degli angeli disegnati da Bernini. Tra le curiosità si racconta come il ponte dovesse fregiarsi anche delle statue di due angeli scolpite direttamente da Bernini, ma che furono giudicate troppo belle da Clemente IX, che le destinò alla sua Pistoia e che finirono invece nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte dove, ancora oggi, ornano l’altare maggiore.
La leggenda nera che connota il ponte è senza dubbio quella che riguarda Beatrice Cenci, che vi fu giustiziata sedicenne nel 1599 e che ancora può essere vista, la notte dell’11 settembre – giorno dell’esecuzione – vagare con la sua testa fra le mani. Figlia di Francesco Cenci, visse un’esistenza perseguitata dalle attenzioni sessuali e dalle percosse del genitore, il cui temperamento violento e la condotta immorale avevano causato già il blando intervento della giustizia romana. Tutti erano a conoscenza delle spregevoli gesta dell’uomo, che aveva corrotto i giudici in occasione di tre processi subiti (fra cui uno per sodomia, all’epoca reato punito con la morte), scampando a ogni sanzione. La ragazza viveva nel palazzo di famiglia col fratello Giacomo, la seconda moglie di suo padre Lucrezia Petroni e il figlio che quest’ultima aveva avuto da Francesco, di nome Bernardo. Tutti erano oggetto delle violenze dell’uomo. La ragazza aveva inviato una lettera al Papa, in cui raccontava dettagliatamente le sevizie del genitore. Questo documento, però, sparì misteriosamente senza mai giungere nelle mani del destinatario e le costò il relegamento da parte del padre in una fortezza che la famiglia aveva in affitto a Petrella Salto, nel regno di Napoli, appena oltre i confini pontifici. Fu qui che i quattro Cenci progettarono di uccidere l’uomo.
Nel 1598, durante uno dei soggiorni di Francesco al castello, due vassalli – Marzio Floriani Catalano e Olimpio Calvetti, quest’ultimo si dice amante segreto della stessa Beatrice – aiutarono Beatrice e Lucrezia a drogare l’uomo e lo uccisero nel suo letto piantandogli due lunghi chiodi in un occhio e nella gola, gettando poi il cadavere in giardino per simulare una caduta accidentale da un balcone. Ma le cose non andarono come previsto, e le autorità giudiziarie si insospettirono. Un amico di famiglia, Monsignor Guerra, tentò di far uccidere i due valletti, ma Catalano si salvò, fu arrestato e confessò ogni cosa, morendo poi torturato a morte sotto gli occhi di Beatrice.
Da quel momento, gli eventi precipitarono: il sicario di Olimpio Calvetti fu catturato e rivelò l’intera trama, i Cenci vennero segregati a Castel Sant’Angelo e torturati fino a confessare. Solo Beatrice si ostinò al silenzio, malgrado le torture più feroci, finché fu convinta a parlare dai suoi familiari. Così la ragazza rispose all’interrogatorio del giudice: “[...] Quando io mi rifiutavo, lui mi riempiva di colpi. Mi diceva che quando un padre conosce... carnalmente la propria figlia, i bambini che nascono sono dei santi, e che tutti i santi più grandi sono nati in questo modo, cioè che il loro nonno è stato loro padre. [...] A volte mi conduceva nel letto di mia madre, perché lei vedesse alla luce della lampada quello che mi faceva”.
Quando Clemente VIII sentenziò la pena capitale, tutta Roma si schierò dalla parte di Beatrice, ma il pontefice non volle sentire nessuna ragione, e decretò la morte per tutti i membri della famiglia, scampando solo Bernardo, ma condannandolo ad assistere al massacro. Il giorno dell’esecuzione, l’11 settembre 1599, su ponte Sant’Angelo Giacomo si vide strappare dei brani di carne da petto e schiena, con un ferro arroventato; fu poi ucciso a colpi di mazza e squartato davanti agli occhi del popolo accorso per vedere lo “spettacolo”.
La decapitazione di Lucrezia fu veloce: la donna fu fatta sedere cavalcioni al ceppo, chinata in avanti con la nuca scoperta, e decollata. Ma quando fu la volta di Beatrice, un palco costruito poco distante crollò, uccidendo molte persone. Questo rallentò l’esecuzione. Infine la giovane si sistemò sul patibolo di sua volontà: non voleva essere toccata dal boia. Poi calò il colpo, e tutto finì. Il carnefice raccolse il capo mozzo e lo mostrò al pubblico attonito. Non ebbe tempo di compiacersi del suo zelo: tredici giorni dopo morì tra gli incubi, oppresso dai sensi di colpa. Il suo aiutante fu accoltellato a morte due settimane più tardi.
Beatrice, nella sua confessione, disse una frase che alla luce degli avvenimenti susseguitisi nei secoli, sa quasi di preveggenza: “Nessun giudice potrà restituirmi l’anima. La mia unica colpa è di essere nata! [...] Io sono come morta e la mia anima [...] non riesce a liberarsi. […] Non voglio morire... Chi mi potrà garantire che laggiù non ritroverò mio padre!” E infatti la sua anima non si liberò mai, e ancora vaga disperatamente laddove il suo corpo trovò la morte in maniera così violenta. Per questo, ad ogni anniversario, lo spettro della ragazza si presenta puntuale su Ponte Sant'Angelo: tra le mani candide, la testa mozzata.