Misteri della laguna e racconti di streghe

Guida ai luoghi arcani tra le isole di Venezia

 

Iosif Stalin fu uno degli ultimi campanari dell’isola di San Lazzaro degli Armeni, nel cuore della laguna di Venezia; un giovanissimo Rodolfo Valentino – studente all’istituto nautico della città – rubò un rimorchiatore la notte del Redentore, affondò una gondola e salvò una ereditiera inglese, ricevendo in cambio una settimana d’amore all’Hotel Excelsior del Lido; le ossa di Ida Dalzer, che diede un figlio a Benito Mussolini, riposano in una fossa comune sull’isola di San Clemente, oggi ex manicomio trasformato in albergo di lusso, dove il duce la fece rinchiudere. E questo solo per rimanere al Novecento.

La laguna di Venezia nasconde infatti decine e decine di storie e leggende, a volte arcane e misteriose, a volte decisamente curiose, altre volte semplicemente permeate dalla bellezza che solo l’incanto dell’estuario lagunare riesce a infondere alla parola. Ecco allora emergere dai bassi fondali (e dalle nebbie del tempo) storie di diavoli e di streghe, di anime dannate, di sirene che donano merletti come premio per un amore che non conosce tradimento. Storie di Santi e di comuni mortali, che vivono della magia che regna incontrastata tra le acque che videro i primi profughi scappare dalle orde dei barbari, le galee della Serenissima, le navi di Bisanzio e di tutto il mondo allora conosciuto.

“Misteri della laguna e Racconti di Streghe” è concepito attraverso due ideali percorsi lungo le isole della laguna a sud e a nord di Venezia, senza tralasciare però anche località come Chioggia, Treporti o Malcontenta, dove nell’omonima dimora palladiana farebbe le sue apparizioni una delle “dame bianche” più famose d’Italia: Isabella, il cui fantasma irrequieto di reclusa aleggia ancora tra le mura di villa Foscari. Un tragitto lungo i canali lagunari che si conclude con ampie sezioni dedicate alle fiabe, agli usi e alle tradizioni, alle storie di streghe e a curiosità.

Il libro, di circa duecento pagine, è corredato da una cinquantina di foto in bianco e nero di Manfredi Bellati, ed è edito da Elzeviro.

Ecco un paio di passaggi dal libro:

Bepi del Giasso, campanaro di San Lazzaro
Josif Vissarionovic Djugatchsvili era un 28enne georgiano dalla barba un po’ incolta, nel 1907. Nella Russia zarista non aveva vita facile, essendo un esponente di primo piano di quella frangia estremista del partito socialdemocratico russo i cui appartenenti erano comunemente conosciuti come bolscevichi. Fu infatti per scappare dalle grinfie della polizia politica zarista che quell’anno, di soppiatto, partì nascosto in una nave da carico che trasportava grano dal porto di Odessa ad Ancona, in Italia, dove sbarcò verso la fine di febbraio.

Ottenuta ospitalità dal folto gruppo di anarchici locali, riuscì a proporsi come portiere notturno all’hotel “Roma e Pace”, in cambio di vitto e alloggio. Chiuso e timido, per quanto gentile e sorridente, non riuscì però a trovarsi a suo agio con la clientela. Così, è nascosto nella sala macchine di un piroscafo di linea. che dopo pochi giorni sbarca a Venezia.

Anche in laguna Josif fu bene accolto dal mondo anarchico veneziano, che lo ribattezzò “compagno Bepi”, e poi “Bepi del Giasso”. Del ghiaccio, come a ricordarne il luogo di provenienza, non esattamente tropicale. Convintosi a rimanere, il “compagno Bepi” decise di sfruttare le frequentazioni avute nella natia Georgia con la comunità armena. Ne parlava la lingua e si presentò dunque ai padri mechitaristi di San Lazzaro chiedendo un’occupazione all’abate generale Ignazio Ghiurekian. Avendo studiato alla scuola ecclesiastica di Gori e nel seminario cristiano ortodosso di Teflis (da cui era stato espulso a causa delle sue simpatie politiche nel 1899), Josif sapeva servire messa con i riti latino e ortodosso, nonché suonare le campane con i rintocchi richiesti da entrambe le confessioni.

Padre Ghiurekian ne fu ben impressionato, e malgrado la notazione che Djugatchsvili aveva denti che “brillavano come quelli dei lupi”, decise di ospitarlo chiedendogli di suonare le campane del convento secondo il rito latino. Ma il compagno Bepi, chissà perché, s’intestardì a dare forti rintocchi buoni per un orecchio ortodosso, sollevando un certo scompiglio nella piccola isola. Alla fine, dopo aver sopportato per alcuni giorni – ed essendosi fino a quel momento limitato a qualche rabbuffo – il padre generale lo mise di fronte a una scelta: se desiderava rimanere, doveva accettare le norme della congregazione che gli stava dando ospitalità, e chiedere di l’ammissione alla comunità come novizio.

Non era cosa per lui. Ripartì, raggiunse la Svizzera e, poco più tardi, tornò in Russia. Fece in tempo a vivere la rivoluzione. Per divenire, qualche anno dopo… Segretario generale del partito comunista e guida dell’Unione Sovietica, con il soprannome di “Piccolo Padre” e l’universale pseudonimo di “Stalin”. Josif Stalin.

Il merletto delle sirene
Nicolò era davvero un bel ragazzo, e a Burano più di qualcuna gli aveva messo da tempo gli occhi addosso. Era solamente un pescatore, d’accordo, ma a quale altro partito poteva aspirare una ragazza dell’isola?

E poi non era solo bello e prestante, ma aveva anche doti come gentilezza e una sorta di naturale lealtà nei confronti degli altri che lo rendevano gradevole e simpatico a tutti. Forse anche per questo nessuna se l’ebbe a male quando il giovane si fidanzò con Maria, che sembrava – caratterialmente – la sua copia al femminile: sempre a modo, mai una parola fuori posto, discreta, servizievole… e decisamente attraente. I due formavano insomma quella che si definisce una bella coppia, e dopo un giusto periodo di fidanzamento avevano già fissato la data del matrimonio.

Ma il lavoro non si poteva mica trascurare: a pochi giorni dalle nozze, Nicolò era in mare come sempre, ma invece di andare col fratello – come faceva di solito – aveva preferito uscire presto di casa e affrontare il mare da solo, così, tanto per stare un po’ a pensare. Aveva appena gettato le reti quando gli parve di sentire un suono, una specie di musica, molto lontana, ma anche molto dolce. Si fermò ad ascoltare: nulla. Poi, improvvisamente, il suono tornò in tutta la sua dirompente malìa: non era una musica, era un canto, tanto suadente da entrarti dentro e farti desiderare di non volerlo fare uscire mai più. Era come se non le orecchie e la mente, ma tutto il corpo, il cuore, il fegato, i polmoni, partecipassero a quel magico ascolto. Era come ascoltare col sangue: dentro le vene ribolliva, eppure scorreva placido, come se pulsasse di una nuova vitalità.

Poi le vide: erano due, no cinque, anzi… di più. Bellissime. Le donne più belle che Nicolò avesse mai visto. Un intero gruppo di sirene aveva circondato l’imbarcazione, e continuava a produrre quel canto che il giovane avrebbe voluto far risuonare dentro di sé in eterno. Non pronunciavano alcuna parola; non dicevano nulla. Ma il suono che usciva dalle loro bocche, assieme alla bellezza degli sguardi, era molto più di quanto un uomo potesse desiderare. Poi, prima come un sentimento indefinibile che scaturiva dal cuore, e poi come una precisa immagine che gli apparve agli occhi della mente, il pescatore ebbe dinanzi a sé la visione di un unico viso: quello della sua Maria.

Una visione che non lo abbandonò più, durante i lunghi minuti che seguirono; il canto era dentro di lui, ma più in profondità ancora c’era qualcosa che ne mitigava la forza, ne annullava l’irresistibile potenza: il suo amore per Maria. Alla fine le sirene tacquero, improvvisamente. In loro era chiarissimo ciò che era avvenuto, e altrettanto chiaro che avrebbero potuto continuare così un giorno intero, senza nemmeno poter scalfire l’animo del giovane. Avevano perduto la loro battaglia contro una ragazza terrena. Ma non per questo si persero d’animo. Una di loro, anzi, si avvicinò alla barchetta e iniziò a parlare con Nicolò: “E’ talmente raro imbattersi nel potere dell’amore – gli disse – che quasi avevamo dimenticato lo sguardo di chi prova un sentimento così coinvolgente. Tieni, ti lasciamo questo dono in segno di ringraziamento. Portalo alla tua bella, e se merita il tuo amore come pensiamo, saprà trarne profitto”.

Fu così che Nicolò si trovò tra le mani un magnifico ricamo, di una delicatezza mai vista, creato con la schiuma del mare. Le sirene erano scomparse: l’uomo si mise ai remi e veloce tornò a casa. Pochi giorni dopo il matrimonio fu celebrato, e davvero i due divennero una coppia felice. Maria, che pure credeva a tutto quello che Nicolò le raccontava, quella storia delle sirene non l’aveva completamente digerita… Però quel pizzo aveva davvero qualcosa di magico. Come tutte le mogli dei pescatori, anche lei con ago e filo ci sapeva fare, ma un conto era ricamare l’orlo di un lenzuolo, un altro era realizzare qualcosa della soavità del dono che il marito le aveva portato dal mare. La donna era comunque dotata di una buona dose di sana testardaggine, e alla fine con le sue piccole dita – prova e riprova – riuscì davvero a riprodurre quel capolavoro con ago e filo: nacque così il merletto buranello, arte antica che in breve divenne famosa in tutto il mondo.