Leggende veneziane e storie di fantasmi

Guida ai luoghi misteriosi di Venezia

 

Un viaggio nella Venezia del fantastico, del tenebroso, del magico, passando attraverso una miriade di informazioni e curiosità veneziane forse troppo presto dimenticate. Questo e altro ancora è “Leggende veneziane e storie di fantasmi”: quaranta storie da brivido lungo le calli del centro storico, attraverso quattro itinerari per scoprire il volto più oscuro e affascinante di Venezia, avventurandosi tra calli, campielli e labirintici anfratti che in passato – un passato talvolta non così lontano – sono stati teatro di eventi inspiegabili, fatti di sangue, tremende maledizioni, macabre vendette e apparizioni misteriose.

Una guida insolita, che propone un modo nuovo di visitare la città, avvincente e suggestivo, giocato sul filo di una narrazione in cui spettri, demoni, perfide streghe, fate benevole, esseri malvagi e creature mostruose prendono vita là dove il reale e l’immaginario si intrecciano nella storia di Venezia attraverso il linguaggio del mito: dalla fata che donava bellezza alla sirena che una notte fu pescata; dallo scheletro del campanaro condannato a vagare per la sua cupidigia al fantasma triste della monaca per forza.

Tra un racconto e l’altro, cenni storici e di vita veneziana, per soddisfare gli interrogativi dei più curiosi. Nel volume, corredato dalle fotografie di Vito Vecellio e dalle mappe dei percorsi, i nomi di moltissimi tra i personaggi che hanno fatto la storia della Serenissima: dogi, guerrieri, filosofi, musicisti, scrittori, pittori… gli spiriti di alcuni di loro, come Enrico Dandolo, Giacomo Casanova, Giordano Bruno, Antonio Vivaldi, continuano ad aleggiare sulla laguna…

Edito da Arsenale nel 2000 e da Elzeviro nel 2002 (e ristampato molte volte) il libro ha 216 pagine. Con il suo formato ridotto, “Leggende veneziane e storie di fantasmi” ha le dimensioni del più classico dei tascabili. È entrato due volte nella classifica dei libri più venduti.

Ecco due passaggi tratti dal libro:

Il Mendicante e il Levantino
Una tragica ma bella storia di fantasmi è ambientata davanti alla Scuola di San Marco, oggi Ospedale Civile. È questa una delle sei storiche “Scuole Grandi” di Venezia; sorta nel 1260 con scopi religiosi ed umani, fu incendiata e quasi distrutta nel 1485. I lavori di ricostruzione durarono dieci anni, sotto la direzione di Mauro Codussi, e vennero integrati da un progetto di Jacopo Sansovino tra il 1533 e il 1546. Fu davanti allo storico portale che si consumarono le storie intrecciate del mendicante e del levantino.

Cesco Pizzigani era uno dei più valenti scalpellini veneziani dell’epoca. Partecipò alla realizzazione della facciata della Scuola di San Marco creando con le sue splendide mani alcuni dei preziosi giochi prospettici che la resero, già allora, famosa in tutta Europa. Pochi anni dopo, correva il 1501, una improvvisa malattia colse la giovane moglie dell’artista, Fiorinda. A nulla valsero le infinite cure con le quali amorevolmente Cesco cercò di salvarle la vita. Essa morì, lasciando nella miseria il marito che era arrivato a vendere la sua bottega pur di non lasciare nulla di intentato.

Completamente rovinato, e colto dall’insanabile sconforto per la perdita del suo amore, per qualche anno Cesco si ritrovò a mendicare sul portale della Scuola grande che egli stesso aveva contribuito a edificare. Di tanto in tanto, non visto, con un vecchio chiodo si divertiva a esercitare la sua vecchia arte ai lati del portone, incidendo i profili delle navi che ogni giorno caricavano e scaricavano le merci nei pressi.

Nello stesso periodo, nelle vicinanze, abitava una donna che aveva avuto un figlio da un levantino, un ebreo divenuto suddito turco che - come mercante internazionale - godeva dei diritti accordati agli stranieri residenti e risiedeva, come molti altri nelle sue condizioni, nell’isola della Giudecca.

Ora spesso il figlio - che viveva con il padre e come lui vestiva alla maniera turca - si recava a trovare la donna. Ma erano molte le volte in cui il giovane picchiava la madre con violenza, rendendola vittima del proprio conflitto interiore tra l’essere metà veneziano e metà levantino, e perciò male accetto da entrambe le comunità. La donna - che viveva sola e non si era mai sposata - sopportava di buon grado gli sfoghi violenti del figlio, amandolo più della sua stessa persona.

Ma una sera la situazione precipitò. In un accesso d’ira come non ne aveva mai avuti prima, il giovane accoltellò la propria madre e le strappò letteralmente il cuore dal petto. Accecato dall’ira e terrorizzato per il gesto compiuto, subito fuggì gettando il coltello, ma continuando a tenere il povero cuore straziato in una mano. Corse verso il ponte di fronte alla Scuola, ma nel salire il primo gradino incespicò e cadde, lasciando la presa dal povero organo straziato della madre. Il cuore ruzzolò a terra, si fermò, e da esso uscì una voce: “Figlio mio, ti sei fatto male?”.

Uscito di senno, il ragazzo corse fino alla laguna, di fronte al cimitero, e gettatosi tra i flutti si lasciò annegare. È ancora possibile sentire i suoi lugubri lamenti nel silenzio del campo, perché va cercando il cuore di sua madre per sentire il calore dell’amore nelle notti gelide d’inverno. E Cesco? Cesco dormiva sotto il portale, come ogni notte. Vide la scena e decise di immortalarla a modo suo, graffiandone l’immagine sul marmo. Oggi sul portale, assieme ai profili di nave, è ancora possibile vedere una figura umana con un grande turbante in testa, che regge in una mano un cuore umano. Un cuore di madre.

La Ragazza Che Non Venne Mai Sepolta

Tutto accadde la notte del 29 novembre 1904 nelle acque antistanti San Michele in Isola, il cimitero di Venezia, quando all’imbrunire Francesco Quintavalle, comandante del vaporetto “Pellestrina”, che dalle Fondamente Nove avrebbe dovuto recarsi a Burano, decise di partire malgrado la visibilità quasi nulla, a causa di una nebbia fittissima, su insistenza degli arsenalotti buranelli che dopo una lunga giornata di lavoro volevano tornarsene a tutti i costi a casa. Dietro di lui, lasciandogli dieci minuti di tempo per doppiare la punta di San Michele, si erano mosse le due gondole dei traghettanti Antonio Rosso “Frana” e Andeto Camozzo, piene di muranesi di ritorno da Venezia.

Le cronache narrano che una volta lasciato il cimitero, Quintavalle decide di invertire la rotta ed ordina l’“indietro adagio”. Ma le gondole sono proprio dietro a lui, ed il comandante se ne accorge solo quando è già troppo tardi. L’imbarcazione del Rosso viene spaccata a metà, e affonda con tutto il suo carico umano: quattro sono le persone issate subito sul vaporetto, ma degli altri cinque passeggeri - tutte donne - già si sono perse le tracce in pochi secondi. Le ricerche, malgrado la nebbia fittissima, partono subito e continuano per tutta la notte.

A qualche ora dall’incidente Maria Toso Bullo è avvistata dal vaporetto numero 6 aggrappata a una bricola, uno dei grossi pali che in laguna delimitano i canali. Portata di corsa a Murano, morirà qualche minuto più tardi. Anche i corpi senza vita di Lia Toso Borella e Amalia Padovan Vistosi vengono trovati il mattino successivo, all’interno della poppa della gondola, arenatasi in una secca. Nessuna traccia invece di Teresa Sandon e Giuseppina Gabriel Carmelo, ancora bambina, inghiottite dalle acque.

Nel settembre del 1905, a dieci mesi dalla tragica vicenda, Teresa Sandon appare in sogno a una sua sorella, ancora bambina: “Prega per me, per la mia anima - le dice - perché il mio corpo è ancora prigioniero, ma se tu preghi sarà liberato dai legami che lo tengono sul fondo del canale, e potrò riposare in terra benedetta”. Una decina di giorni dopo quel sogno impressionante, un corpo martoriato viene visto affiorare da due pescatori nel canale “della Bissa”, verso l’isola delle Vignole. Lo scapolare che ha al collo lo fa riconoscere. È il cadavere di Teresa Sandon.

La piccola Giuseppina Gabriel Carmelo non verrà mai ritrovata: le sue ossa riposano nel fondo della laguna, ma il suo spirito ha trovato pace in una piccola bara galleggiante, che si può vedere nelle notti di nebbia, illuminata da quattro ceri che vi ardono ai lati perché i traghettatori non abbiano a sbattervi contro.