I segreti del Canal Grande

De Citra, De Ultra: misteri, aneddoti, curiosità sulla più bella strada del mondo

Oltre le finestre dei palazzi sul Canal Grande, i più prestigiosi e importanti di Venezia, si nascondono le leggende, i misteri, le curiosità, gli intrighi e le passioni della Serenissima. Nelle loro stanze si è snodata, nei secoli, la storia millenaria della Repubblica. Dai loro balconi si sono affacciate le cortigiane più belle, i poeti più acclamati, i governanti più astuti, gli ospiti più prestigiosi, che hanno reso leggendaria la città lagunare.

“I segreti del Canal Grande” - pubblicato da Studio LT2 - racconta tutto questo “navigando” nella storia: è infatti percorrendo le rive della “strada più bella del mondo”, così come la definì l’ambasciatore di Francia Philippe de Commynes oltre cinque secoli fa - in un doppio viaggio De Citra e De Ultra, ovvero su un lato o sull’altro della città - che è possibile rivivere la storia della Serenissima attraverso le sue vicende, i suoi segreti o i semplici aneddoti, lasciandosi incantare dalle voci del passato: un percorso alla scoperta degli aspetti sconosciuti, curiosi e leggendari della Repubblica che, attraverso una lettura coinvolgente, fa conoscere un po’ di più Venezia con la sua storia straordinaria che prese piede tra le isole della laguna.

Centinaia di personaggi che attraverso le storie, palazzo dopo palazzo, finestra dopo finestra, si mettono in mostra per ricordarci quale straordinaria vetrina affacciata sulla Storia sia stata questa via d’acqua senza eguali: Gabriele d’Annunzio che semicieco vi scrisse il “Notturno”, Dante Alighieri che si mise a conversare con un pesce davanti al doge Soranzo, Antonio Canova che vi scolpì le sue prime opere, Lord Byron che vi nuotava abitualmente, Eleonora Duse che solo qua trovava pace, Giacomo Casanova che vi tenne il suo primo sermone da abate prima di dedicarsi ad “altro”, Papa Alessandro III che vi lavorò come sguattero, Francesco Morosini che con le sue conquiste ridonò nuova gloria alla Repubblica, Rodolfo Valentino che vi salvò dalle acque una ereditiera, e poi Napoleone Bonaparte, Pietro Aretino, Peggy Guggenheim, Giordano Bruno, in una incredibile rassegna unita dallo scorrere secolare delle acque della strada maestra di Venezia.
Ma accanto alla Storia non poteva mancare la leggenda, in gran parte legata alla tradizione orale: anche il Canal Grande lungo le sue rive è dunque dimora di fantasmi spaventosi o gentili, di diavoli e streghe, di mostri marini e coccodrilli di pietra…

Infine, il libro non narra solo di personaggi illustri o leggendari, ma anche dei magnifici edifici che sono loro stessi portatori di storie curiose e straordinarie e che, a dispetto del tempo, sono ancora qui a raccontarci le loro vicende: come quella del palazzo tagliato a metà e di quello mai finito di costruire; dell’edificio che con le sue statue scolpite racconta un dramma familiare e dei graffiti che parlano di tempi antichi di peste; della maestosità di Ca’ Balbi, costruita per dispetto e della leziosità della “casa di Desdemona”, del palazzo maledetto e della cupola senza chiesa; del ponte di Rialto e di quello della Costituzione.

Con la sua doppia copertina “I segreti del Canal Grande” è un libro double face, che si può capovolgere da una parte e dall’altra: leggendolo nei due versi si esplorano infatti - in una sorta di “andata e ritorno” - le due rive del canale, rendolo un oggetto unico e divertente. Il volume si correda da una elaborazione grafica di ogni palazzo del Canal Grande, e può dunque essere letto anche come una guida. Infine il libro è arricchito dalle fotografie in bianco e nero scattate dal fotografo Gianni Canton.

 

Ecco dei passaggi tratti dal volume:

La scoperta dell’America… fatta dai veneziani

Ca’ Da Mosto è uno dei palazzi più caratteristici del Canal Grande, per la sua origine veneto-bizantina dell’XI-XII secolo che lo rende probabilmente l’edificio più antico che si affacci sulla via maestra di Venezia. Il palazzo è stato dimora dei Da Mosto prima di divenire – tra Cinque e Settecento, quell’albergo “del Leon Bianco” dove presero alloggio fra gli altri l’imperatore Giuseppe II e il granduca Paolo Petrovic, figlio di Caterina di Russia, con la moglie Maria Feodorowna.

Tra le sue mura nacque uno dei più famosi navigatori veneziani, Alvise Da Mosto, che seguendo la sua sete d’esplorazione nella metà del Quattrocento percorse tra i primi le regioni dei fiumi Senegal e Gambia per conto della corona portoghese, allo scopo di stabilire scambi commerciali con gli indigeni e di individuare le fonti dell’oro che gli europei erano soliti comprare nei porti africani del Mediterraneo. Nel 1456 scoprì le isole di Capo Verde.

E se qualche anno prima un altro navigatore veneziano, Pietro Querini, importò il baccalà dopo un fortunoso naufragio in Norvegia, verso la fine di quel secolo Giovanni e Sebastiano Caboto, padre e figlio, percorsero le coste del Nord America mettendo piede a Terranova e spingendosi fino al Labrador, navigando di fatto per primi le coste del Canada, e costeggiando la Groenlandia meridionale. Lo fecero per conto degli inglesi.

E non è tutto, in fatto di veneziani viaggiatori e scopritori, perché in realtà l’America pare sia stata scoperta da Antonio e Nicola Zen, che nel 1398 salparono da Orkney, in Gran Bretagna, al comando di dodici vascelli del principe Enrico di Sinclair. Navigarono per le isole Faroer, l’Islanda e la Groenlandia fino alla Nuova Scozia e la Nuova Inghilterra. Di questo viaggio tracciarono un resoconto, novantaquattro anni prima che Cristoforo Colombo effettuasse il suo epico viaggio. Il ritrovamento di un cannone veneziano al largo di Terranova, avvenuto pochi anni fa, sembra confermare il racconto che all’epoca lasciarono gli Zen.

Ma dove trovava il tempo per scrivere?
Il doppio palazzo del XVI secolo che si trova tra Ca’ Mocenigo Nuova e quella Vecchia, ebbe nel 1818 in George Gordon – Lord Byron – il suo più celebre inquilino, che vi si trasferì, come scrisse Percy Shelley, con quattordici domestici, due scimmie, cinque gatti, otto cani, una cornacchia, uno sparviero, due pappagalli e una volpe. “E tutta la masnada – annotò Shelley – va in giro negli appartamenti come se ognuno fosse il padrone”. Sulla sua permanenza in città sono entrate oramai nella leggenda le selvagge galoppate al Lido, le lezioni di armeno al monastero dell’isola di San Lazzaro e le estenuanti nuotate in Canal Grande, tentativi coi quali il Lord tentò di sconfiggere la sua perenne – e romantica – malinconia. Tra queste mura Byron scrisse l’inizio del Don Giovanni, che senza dubbio trova ispirazione dalle sue avventure personali, sulle quali era già difficile allora scindere la verità dalla leggenda.

A Venezia si diceva che a Palazzo Mocenigo vi fossero due entrate: una per le ragazze di Castello, l’altra per quelle di Cannaregio. Lo stesso scrittore – in più lettere – fa un impressionante (e probabilmente incompleto) elenco delle sue amanti: ecco emergere così il nome della cantante Arpalice Tarruscelli, “la più graziosa baccante del mondo”; la nobildonna Da Mosta, della quale Byron diceva che gli aveva dato l’unica gonorrea per la quale non avesse dovuto pagare. Ma anche una Lotti, una Spineda, una Rizzato, e poi “l’Eleonora, la Carlotta, la Giulietta, l’Alvisi, la Zambieri, l’Eleonora Da Bezzi, che è stata l’amante, o almeno una delle amanti del re di Napoli Gioacchino”. L’elenco continua con “La Teresina di Mazzurati, la Glottenheimer e sua sorella, la Teresina e sua madre, la Fornaretta (Margarita Cogni, vera regina dell’harem dell’inglese), la Santa, la Caligari, la Portiera, la Bolognese figurante, la Tentora e sua sorella, e molte altre. Alcune di loro sono contesse – scriveva Byron – e altre mogli di ciabattini, alcune nobili, alcune borghesi, alcune di basso ceto, alcune splendide, alcune discrete, altre di poco conto, e tutte puttane”.